Cronache
(AGI) – Frosinone, 26 Agosto 2011 – I Nas di Latina hanno denunciato nella giornata di oggi un medico ed una infermiera che prestano servizio al pronto soccorso dell’ospedale di Anagni. I due, infatti, secondo quanto spiegato in una denuncia, e secondo quanto e’ emerso da una perquisizione, avrebbero somministrato ad una ragazzina in preda ad una crisi convulsiva un farmaco scaduto. Questo ha comportato il peggioramento delle condizioni della minorenne. Il fatto e’ avvenuto nella tarda serata di ieri sera e, per motivi ancora avvolti nel massimo riserbo e’ arrivata una segnalazione ai carabinieri di Anagni che successivamente hanno interpellato i colleghi dello speciale Nucleo Antisofisticazioni. Questa mattina il controllo in ospedale, il rinvenimento del farmaco scaduto e la inevitabile denuncia alla Procura di Frosinone.
Fonte: http://www.agi.it/
Come comportarsi quando si viene «palleggiati» fra medico di base e ospedaliero
Ricoverata, mi sono sentita dire che per quanto riguardava i miei farmaci “personali” (sono cardiopatica) dovevo portarli da casa e gestirli da sola. Quando le mie scorte si sono esaurite, il medico di base mi ha detto che non poteva farmi avere ulteriori prescrizioni perché di tutte le mie cure era responsabile l’ospedale; in ospedale mi hanno invece risposto che dovevo arrangiarmi perché quei farmaci non avevano niente a che fare con le cure per cui ero stata ricoverata. Possibile che non ci siano regole per casi come questi? Lettera firmata
Risponde Leonardo La Pietra,
direttore sanitario Ieo (Iestituto Europeo di Oncologia), Milano
La domanda della lettrice solleva un problema di rilievo e molto comune, visto che negli ospedali è facile siano presenti pazienti anziani con più patologie croniche che richiedono una politerapia. Anche se non esiste una normativa specifica, a livello nazionale, la regola generale alla quale ogni struttura e ogni professionista che opera all’interno del Servizio sanitario nazionale deve attenersi è quella della cosiddetta “continuità assistenziale”. E gli standard internazionali degli ospedali della Joint Commission (l’ente americano che accredita le strutture sanitarie di eccellenza in tutto il mondo e, tra gli altri, anche l’Ieo) confermano questa regola. La continuità assistenziale prevede che il paziente quando viene ricoverato in un ospedale (anche in un reparto o in una struttura altamente specialistica) debba essere messo in grado di continuare a seguire la terapia che abitualmente riceve a casa propria. Questo significa che la struttura sanitaria (e in particolare il medico che “accetta” il paziente) ha il dovere di informarsi, al momento dell’ingresso in reparto del malato, sui farmaci che quest’ultimo assume a casa, e successivamente ha il compito di confermare la cura o di sospenderla o di modificarla, facendo in particolare attenzione alle eventuali interazioni con la terapia che sarà somministrata durante la degenza in ospedale. Il caposala (o l’infermiere incaricato dal caposala) dovrà, quindi, prendere in consegna i farmaci personali del paziente (niente medicinali in “autogestione” lasciati sui comodini!), registrarli in cartella e provvedere alla somministrazione di tutta la terapia farmacologica prescritta dal medico. I farmaci personali del paziente andranno conservati in un luogo idoneo e restituiti al paziente alla dimissione. Qualora il ricovero dovesse prolungarsi e i farmaci personali del paziente non fossero sufficienti a garantire il prosieguo della terapia, l’ospedale dovrà approvvigionarsi, attraverso la sua farmacia, dei medicinali necessari anche se si tratti di farmaci “super specialistici”. E val la pena ricordare che questo, oltre a costituire l’unico comportamento corretto, permette al Servizio sanitario di risparmiare perché gli ospedali acquistano tutti i farmaci a metà prezzo, mentre le Asl che sostengono i costi al posto del malato, se quest’ultimo li acquista con ricetta del medico di base, li pagano per intero. In nessun caso, dunque, va chiesto al medico di famiglia di provvedere alla prescrizione di farmaci necessari al paziente durante il ricovero in ospedale. Il medico di famiglia andrà invece, ovviamente, contattato per il rinnovo della prescrizione dopo la dimissione
Daniela Natali
Fonte: www.corriere.it
(ASCA) – Roma, 30 set – Informatica e capitale umano: questo il binomio su cui investire per migliorare la gestione dei farmaci negli ospedali secondo la SIFO (Societa’ Italiana dei Farmacisti Ospedalieri): proposte operative di cui si discutera’ al 31* congresso nazionale della Societa’ dal 6 all’8 ottobre alla Fiera internazionale di Cagliari con piu’ di 1.000 iscritti.
Fra le proposte, informatizzare l’intero percorso della prescrizione del farmaco in ospedale grazie al collegamento tra un palmare, ilbraccialetto del paziente, il carrello automatizzato dei medicinali e il laboratorio di preparazione. In questo modo il farmacista puo’ tenere sotto controllo ogni prescrizione e collaborare col medico al letto del paziente suggerendogli dosaggi, indicazioni, incompatibilita’, effetti collaterali.
”La prescrizione completamente informatizzata e’ un sistema di sicurezza ottimale – spiega Laura Fabrizio, presidente della Societa’ Italiana Farmacia Ospedaliera e dei Servizi Farmaceutici delle Aziende Sanitarie (SIFO) -. Negli Usa un software blocca l’erogazione del farmaco quando riscontra potenziali interazioni e in 3 anni di sperimentazione ha abbassato del 20 per cento l’uso inappropriato dei medicinali. Ci auguriamo che analoghi sistemi vengano adottati al piu’ presto anche nel nostro paese. In Italia c’e’ ancora molto da fare su questa strada virtuosa, ma ci stiamo arrivando grazie ad esperienze pilota come il carrello automatizzato che si interfaccia con l’operatore e la robotica per la preparazione dei farmaci. Ma la tecnologia da sola non basta, resta il bisogno di arricchire l’assistenza al malato con risorse umane mirate, fra queste, quella del farmacista clinico che svolge la sua attivita’ in corsia. Esperienze condotte in Italia hanno dimostrato un risparmio di oltre il 40 per cento sulla spesa farmaceutica e una diminuzione di oltre il 70 per cento degli errori nelle terapie farmacologiche, nei reparti dove c’e’ la presenza del farmacista”.
Secondo Fabrizio, ”e’ necessario diffondere e sfruttare tecnologie che costano poco ma hanno un alto rendimento in termini di sicurezza come il braccialetto con codice a barre, e attivare la tracciabilita’ non solo dei farmaci ma anche per i dispositivi medici, come valvole cardiache, protesi e stent. In Italia i primi 10 ”farmacisti in corsia”, formati in un Programma promosso dal Ministero sono al lavoro da luglio (a Torino, Padova, Ancona, Bari e Messina) e i risultati della sperimentazione saranno pronti a marzo 2011; dopo di che il farmacista di dipartimento potrebbe affiancare il medico anche nei nostri ospedali”.
Fonte: http://www.asca.it/
Roma, 22 set. (Adnkronos Salute) – Il 20% degli ospedali non ha ancora adottato iniziative per la prevenzione degli errori nella somministrazione di farmaci. Solo il 39,4% ha messo a punto una lista di medicinali “ad alto livello d’attenzione”, e appena il 23% ha redatto un elenco di medicinali che possono essere scambiati facilmente con altri per la somiglianza grafica o fonetica del nome. Queste alcune delle criticità emerse dall’indagine conoscitiva realizzata dal ministero della Salute con la Società italiana di farmacologia ospedaliera (Sifo), in 17 Regioni e 95 farmacie ospedaliere, per un totale di 332 reparti interessati. L’indagine, illustrata oggi al ministero durante la presentazione del I Corso di formazione a distanza per i farmacisti sulla qualità e la sicurezza delle cure farmacologiche, ha coinvolto in pratica 94 ospedali. Nell’87% esiste una funzione aziendale per la sicurezza del paziente, nell’80% sono state attuate iniziative per la prevenzione degli errori e nel 60% sono stati realizzati progetti specifici di sorveglianza. Ci sono, però, diverse ‘aree grigie’. Oltre alla non adozione di iniziative specifiche, la registrazione generica in cartella clinica della terapia senza specificare la dose e l’intervallo di somministrazione o la mancanza di un controllo dell’effettiva assunzione della terapia orale da parte del paziente. E ancora, non su tutti i flaconi viene riportata la data di scadenza e, per quanto riguarda le soluzioni trasfusionali, non su tutti i flaconi è riportata l’identificazione del paziente o l’orario di somministrazione. A quasi tutti i tipi di reparto, fatta eccezione per la pediatria (40% dei casi rispetto al 16%), è comune l’abitudine di lasciare il medicinale sul comodino in assenza momentanea del paziente.Si rileva comunque che la raccomandazione del ministero agli operatori per la ‘prevenzione della morte, coma o grave danno derivante da errori in terapia farmacologica’ è stata “adottata in numerose realtà anche se non in maniera omogenea”. Sviste, disattenzione o cattive abitudini evidenziate dall’indagine “possono influire sulla qualità e la sicurezza delle cure”, sottolinea il ministero. Per ridurre la possibilità di errori nella somministrazione di farmaci in ospedale e dei rischi che possono derivarne per i pazienti, si punta al ‘farmacista di dipartimento’, un’idea a cui sta lavorando il ministero, già sperimentata in altri Paesi. “Negli ospedali i singoli reparti sono stati ormai accorpati nei dipartimenti, cui fanno riferimento più discipline – spiega Filippo Palumbo, a capo del dipartimento Qualità del ministero Salute – Spesso però per il medico è molto difficile avere un dialogo con il farmacista ospedaliero, perché magari la farmacia ospedaliera è lontana o il telefono è sempre occupato. La nostra idea è quella di avvicinarla di più ai medici, mettendo in ogni dipartimento ospedaliero un farmacista che faccia da consulente fisso, affiancando i camici bianchi nell’attività clinica”. L’idea, su cui già alcuni ospedali italiani hanno cominciato a lavorare, “sarà più realizzabile negli ospedali di medie e grandi dimensioni, dopo che verranno riconvertiti quelli piccoli”, conclude.
Fonte: http://www.iltempo.it
Utilizzare software che segnalino possibili interazioni riduce di circa il 20% la prescrizione di farmaci inappropriati ai pazienti anziani in ambito ospedaliero. Lo rivela uno studio pubblicato sugli Archives of Internal Medicine.
I ricercatori del Beth Israel Deaconess Medical Center coordinati da Melissa Mattison nel 2005 hanno selezionato 18 farmaci comunemente prescritti e ai quali esistono alternative praticabili: quando un medico del BIDMC prescrive in corsia a un paziente over 65 uno di questi farmaci, un ‘warning’ lo avverte delle possibili interazioni. Se il medico intende comunque prescrivere il farmaco, è obbligato a motivare per iscritto la sua decisione per bypassare il blocco. Il monitoraggio di questo sistema per 3 anni e mezzo ha mostrato che le prescrizioni dei 18 farmaci ‘sensibili’ sono scese da 11,56 al giorno di media a 9,94 – una diminuzione di circa il 20%. “Sappiamo da sempre che alcuni farmaci comunemente prescritti possono arrecare seri danni ai pazienti anziani”, spiega la Mattison, Associate Director of Hospital Medicine al BIDMC e Instructor of Medicine alla Harvard Medical School. “Ma poiché la stragrande maggioranza dei medici non sono specializzati in Geriatria, non si rendono sempre conto di quali rischi si corrono. Noi abbiamo dimostrato che se un software avverte i medici delle possibili interazioni tra farmaci, le prescrizioni ‘sensibili’ crollano quasi immediatamente”.
Fonte: Mattison MLP, Afonso KA, Ngo LH, Mukamal KJ. Preventing Potentially Inappropriate Medication Use in Hospitalized Older Patients With a Computerized Provider Order Entry Warning System. Arch Intern Med 2010; 170:1331-1336.
Via: http://www.pensiero.it/news/news.asp?IDNews=1033